AVVOCATO PENALISTA TORINO: Il reato continuato

avvocato penalista torino

AVVOCATO PENALISTA TORINO

Profilo di Emanuele Crozza – Avvocato Penalista su IUSTLAB

Il Reato continuato

L’identità del disegno criminoso deve essere negata qualora, malgrado la contiguità spazio-temporale ed il nesso funzionale tra le diverse fattispecie incriminatrici, la successione degli episodi sia tale da escludere la preventiva programmazione dei reati ed emerga, invece, l’occasionalità di quelli compiuti successivamente rispetto a quello cronologicamente anteriori (Sez. 6, n. 44214 del 24/10/2012, Natali, Rv. 254793). La ricaduta nel reato e l’abitualità a delinquere non integrano di per sé il caratteristico elemento intellettivo (unità di ideazione che abbraccia i diversi reati commessi) che caratterizza il reato continuato (Sez. 2, n. 40123 del 22/10/2010, Marigliano, Rv. 248862).

Anche le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione hanno ribadito che il riconoscimento della continuazione necessita, anche in sede di esecuzione, non diversamente che nel processo di cognizione, di una approfondita verifica della sussistenza di concreti indicatori, quali l’omogeneità delle violazioni e del bene protetto, la contiguità spazio-temporale, le singole causali, le modalità della condotta, la sistematicità e le abitudini programmate di vita, e del fatto che, al momento della commissione del primo reato, i successivi fossero stati programmati almeno nelle loro linee essenziali, non essendo sufficiente, a tal fine, valorizzare la presenza di taluno degli indici suindicati se i successivi reati risultino comunque frutto di determinazione estemporanea (Sez. U, n. 28659 del 18/05/2017, 3 Gargiulo, Rv. 270074).

Inoltre, a seguito della modifica dell’art 671 cpp, comma primo, cod. proc. pen., nel deliberare in ordine al riconoscimento della continuazione il giudice deve verificare che i reati siano frutto della medesima, preventiva risoluzione criminosa, tenendo conto se l’imputato, in concomitanza della relativa commissione, era tossicodipendente e se il suddetto stato abbia influito sulla commissione delle condotte criminose alla luce di specifici indicatori quali la distanza cronologica tra i fatti criminosi, le modalità della condotta, la sistematicità ed abitudini programmate di vita, la tipologia dei reati, il bene protetto, l’omogeneità delle violazioni, le causali, lo stato di tempo e di luogo, la consumazione di più reati in relazione allo stato di tossicodipendenza.

Ne consegue che lo stato di tossicodipendenza deve essere valutato come elemento idoneo a giustificare l’unicità del disegno criminoso con riguardo a reati che siano ad esso collegati e dipendenti, sempre che sussistano le altre condizioni individuate dalla giurisprudenza per la configurabilità dell’istituto previsto dall’art 81. codice penale, comma secondo, cod. penale. (Sez. 1, n. 50716 del 07/10/2014, Rv. 261490).

In sostanza, la modifica dell’art 671 codice di procedura penale non ha introdotto un “nuovo” concetto di continuazione per i tossicodipendenti. Infatti, anche per tale categoria di autori di delitti resta pur sempre la necessità, imposta dall’art 81 codice penale secondo comma, che i reati siano avvinti da un “medesimo disegno criminoso”, nel senso sopra indicato. Cass. penale., Sez. I, Sent., (data ud. 20/05/2025) 22/07/2025, n. 26884

 

Art. 81 Codice Penale

È punito con la pena che dovrebbe infliggersi per la violazione più grave aumentata sino al triplo chi con una sola azione od omissione viola diverse disposizioni di legge ovvero commette più violazioni della medesima disposizione di legge.

Alla stessa pena soggiace chi con più azioni od omissioni, esecutive di un medesimo disegno criminoso, commette anche in tempi diversi più violazioni della stessa o di diverse disposizioni di legge

Nei casi preveduti da quest’articolo, la pena non può essere superiore a quella che sarebbe applicabile a norma degli articoli precedenti.

Fermi restando i limiti indicati al terzo comma, se i reati in concorso formale o in continuazione con quello più grave sono commessi da soggetti ai quali sia stata applicata la recidiva prevista dall’articolo 99, quarto comma, l’aumento della quantità di pena non può essere comunque inferiore ad un terzo della pena stabilita per il reato più grave

 

Art. 671 Codice di Procedura Penale

  1. Nel caso di più sentenze o decreti penali irrevocabili pronunciati in procedimenti distinti contro la stessa persona, il condannato o il pubblico ministero possono chiedere al giudice dell’esecuzione l’applicazione della disciplina del concorso formale o del reato continuato, sempre che la stessa non sia stata esclusa dal giudice della cognizione. Fra gli elementi che incidono sull’applicazione della disciplina del reato continuato vi è la consumazione di più reati in relazione allo stato di tossicodipendenza.
  2. Il giudice dell’esecuzione provvede determinando la pena in misura non superiore alla somma di quelle inflitte con ciascuna sentenza o ciascun decreto.

2-bis. Si applicano le disposizioni di cui all’articolo 81 c.p., quarto comma, del codice penale.

  1. Il giudice dell’esecuzione può concedere altresì la sospensione condizionale della pena e la non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale, quando ciò consegue al riconoscimento del concorso formale o della continuazione. Adotta infine ogni altro provvedimento conseguente.

 

Il ruolo dell’avvocato penalista va ben oltre la semplice applicazione delle norme giuridiche. Esso rappresenta la difesa dei diritti fondamentali della persona, anche quando questa si trova nelle condizioni più critiche, accusata di un reato. In un sistema di regole rigorose e leggi severe, l’avvocato ha il compito essenziale di garantire che il diritto alla difesa sia sempre rispettato, perché “Nemo tenetur se detegere” (nessuno è tenuto ad accusare sé stesso).

L’avvocato è il baluardo di chi vede i propri diritti messi in pericolo da un’accusa, fondata o meno. È suo dovere fornire assistenza al cliente con un impegno che va oltre il mero tecnicismo, assumendo una posizione di tutela personale nei confronti di chi si affida a lui. Questo principio si basa su una tradizione antica, quella dell’“Audiatur et altera pars” (sia ascoltata anche l’altra parte), che resta il fondamento di un sistema giudiziario equo e giusto. Ogni persona ha diritto a essere difesa e a esporre la propria versione dei fatti, perché solo così si può giungere a una verità processuale autentica.

Per un avvocato penalista, il cliente è una figura sacra, da proteggere con le armi del diritto e con la dedizione che la professione richiede. Questo non significa ignorare le regole, ma rispettarle scrupolosamente: il dovere di difesa non deve mai trasformarsi in un sostegno a pratiche scorrette o illegali. È un equilibrio delicato che l’avvocato è chiamato a mantenere, in cui il rispetto delle norme si coniuga con la lotta per garantire al cliente un processo giusto e una difesa che sia non solo formale, ma anche sostanziale.

A tal proposito, le parole di Piero Calamandrei sono emblematiche: “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”. L’avvocato penalista incarna questa libertà, rappresentando la voce di chi rischia di perderla per sempre, spesso ingiustamente, e ricorda che la giustizia si misura nella protezione dei diritti di ciascun individuo. La sacralità del cliente è, dunque, una responsabilità radicata nel tessuto stesso della giustizia, dove il difensore diventa la voce di chi, spesso, non può far valere le proprie ragioni.

In questo contesto, trova spazio anche una riflessione di Fabrizio De André: “Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”. Queste parole richiamano l’importanza di non dimenticare che il sistema penale riguarda tutti e che il rischio di un errore giudiziario è una minaccia che può colpire chiunque. La figura dell’avvocato, allora, diventa un argine essenziale contro l’ingiustizia e l’arbitrio, un garante che tutela non solo il cliente, ma anche i principi democratici della società.

 L’etica professionale impone che l’avvocato non giudichi il proprio cliente, ma che si concentri sulla difesa dei suoi diritti, poiché **“In dubio pro reo”** (nel dubbio, a favore dell’imputato) è un principio fondante del diritto penale. Questo principio non rappresenta una concessione all’impunità, ma un baluardo contro gli errori giudiziari che potrebbero distruggere vite innocenti.

Il rispetto delle regole non implica una rigidità cieca. L’avvocato deve saper adattare la propria strategia al caso concreto, sfruttando tutte le possibilità offerte dall’ordinamento per tutelare al meglio il cliente. La sacralità del cliente si manifesta nel lavoro meticoloso di analisi dei fatti, nello studio delle carte processuali e nell’attenzione ai dettagli, perché solo con un impegno totale si può affrontare il processo penale con successo e ottenere un risultato giusto.

In definitiva, l’avvocato è il custode di un diritto fondamentale: quello di essere difesi, indipendentemente dalle accuse. Nel rispetto delle regole e dell’etica professionale, il cliente rimane al centro di tutto, il principio intoccabile della missione forense, come ricordato dai grandi maestri del diritto e dagli artisti che sanno cogliere le verità più profonde della condizione umana

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